| Trama: A
Tbilisi, capitale affascinante e malandata della Georgia post-sovietica,
Ada, una ragazza di 25 anni, sopravvive con sua madre Marina, e sua
nonna Eka. Nel vecchio appartamento che condividono l'umore non è
sempre dei migliori. Solo le notizie di Otar, figlio adorato di Eka
portano un vento di speranza e sogni. |
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"Abbiamo vissuto nella menzogna
tutta la vita, e credevamo fosse la felicità.
Quando ci hanno detto 'la ricreazione è finita', ormai era
troppo tardi."
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Origine: Francia, 2002
Durata: 102'
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Bernard Renucci,
Julie Bertuccelli
Fotografia: Christophe Pollock
Montaggio: Emmanuelle Castro
Cast: Nino Khomassouridze,
Esther Gorintin, Dinara Droukarova
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Julie Bertucelli è nata nel
1968 in Francia.
Da quando Otar è partito è il suo primo lungometraggio
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Effetti di un addio
di Francesco Netto
La cornice che inquadra il film Da
quando Otar è partito è la storia georgiana successiva
all'indipendenza dall'Unione Sovietica (siamo nel 1992), descritta
da Julie Bertucelli attraverso una sapiente meditazione e rielaborazione
dell'estetica di Otar Iosseliani: alla maniera del grande maestro
georgiano, i continui spunti di riflessione sulla società
o sulla politica vengono filtrati dall'attenzione particolare che
la regista dedica alla concretezza psicologica dei personaggi e
ai dettagli della vita quotidiana. Se, quindi, la Storia è
probabilmente la grande protagonista del film, essa ci viene mostrata
non nelle connessioni logiche e necessarie degli eventi politici
o sociali, ma viene piuttosto riflessa nei punti di vista individuali
e nei conflitti esistenziali in cui si radica.
Solo così è possibile ascoltare, con un amaro sorriso,
nelle parole dell'anziana Eka (madre di Marina e nonna di Ada),
una sorta di rivalutazione nostalgica di Stalin ("un grand'uomo"),
mentre la vediamo scagliarsi contro l'apparizione televisiva del
presidente georgiano Shevarnadze. Agli antipodi, la giovanissima
Ada, una studentessa universitaria, preferisce accendere la radio
per non sentire le opinioni della nonna , trincerandosi dietro una
sorta di astioso agnosticismo politico. In questo quadro si inserisce
la partenza di Omar, e la sua prematura scomparsa. Analogamente
ad moltissimi altri film russi e sovietici (su tutti, per la sua
concentrazione e paradigmaticità, si veda Il ritorno di Zvyagintsev),
la figura maschile è sostanzialmente assente, priva di spessore
reale: non sentiamo mai la voce di Otar (neanche durante la telefonata
alla madre, peraltro significativamente interrotta e disturbata),
ne vediamo qua e là qualche fotografia.
Tuttavia, pur non presente, è l'elemento maschile che innesca
le premesse per lo sconvolgimento dei rapporti tra le tre donne
e lo stesso viaggio a Parigi. In ultima istanza attiva un percorso
esistenziale (proprio, intimo) in ciascuna donna, nel quale la menzogna
arriva a costituire l'ultimo baluardo per la strenua difesa degli
affetti e della propria individualità: quando Eka scopre
la morte del figlio, riferisce che è partito per l'America,
definita ingenuamente (per chi guarda assume quasi un senso ironico)
come il luogo in cui ancora "tutto è possibile":
ma la donna sa che la figlia e la nipote hanno appreso della morte
di suo figlio, così come queste ultime capiscono che la madre
ne è venuta a conoscenza.
Sull'importante traccia lasciata da Kieslowsky nei suoi film, anche
Bertucelli vede nella realtà storica ed esistenziale una
dialettica tra la ricerca della verità e il tentativo, persino
la necessità, di un suo nascondimento, che tuttavia ha come
fine alto il mantenimento dell'integrità individuale, il
rafforzamento dei propri legami affettivi con gli uomini e con il
mondo.
D'altra parte anche la dualità tra occidente e oriente come
punti di riferimento del mondo moderno cessano di esistere in quanto
tali; la dignitosa povertà in cui versa la famiglia non impedisce
di intravedere un passato fatto di interessi culturali cosmopoliti
orientati verso la Francia come meta ideale, ricercati con ostinazione
soprattutto da Eka: la vasta biblioteca in lingua francese (significativamente
smantellata per reperire i soldi per il viaggio a Parigi), le letture
proustiane, persino il frequente uso intercalare della lingua d'Oltralpe.
Tuttavia la Parigi che le tre donne scoprono nel loro viaggio alla
ricerca di Otar non ha nessuna connotazione letteraria o romantica:
analogamente alla scarna ed essenziale restituzione figurativa di
Tbilisi, Parigi ci viene offerta allo sguardo nei suoi quartieri
degradati, nelle piccole piazze di periferia dove i personaggi vengono
schiacciati dall'altezza dei condomini.
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