rassegna cineforum 2004-2005
Da quando Otar è partito di Julie Bertucelli
Trama: A Tbilisi, capitale affascinante e malandata della Georgia post-sovietica, Ada, una ragazza di 25 anni, sopravvive con sua madre Marina, e sua nonna Eka. Nel vecchio appartamento che condividono l'umore non è sempre dei migliori. Solo le notizie di Otar, figlio adorato di Eka portano un vento di speranza e sogni.

"Abbiamo vissuto nella menzogna tutta la vita, e credevamo fosse la felicità.
Quando ci hanno detto 'la ricreazione è finita', ormai era troppo tardi."

Origine: Francia, 2002
Durata: 102'
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Bernard Renucci,
Julie Bertuccelli
Fotografia: Christophe Pollock
Montaggio: Emmanuelle Castro
Cast: Nino Khomassouridze,
Esther Gorintin, Dinara Droukarova

Julie Bertucelli è nata nel 1968 in Francia.
Da quando Otar è partito è il suo primo lungometraggio

 

 

Effetti di un addio
di Francesco Netto

La cornice che inquadra il film Da quando Otar è partito è la storia georgiana successiva all'indipendenza dall'Unione Sovietica (siamo nel 1992), descritta da Julie Bertucelli attraverso una sapiente meditazione e rielaborazione dell'estetica di Otar Iosseliani: alla maniera del grande maestro georgiano, i continui spunti di riflessione sulla società o sulla politica vengono filtrati dall'attenzione particolare che la regista dedica alla concretezza psicologica dei personaggi e ai dettagli della vita quotidiana. Se, quindi, la Storia è probabilmente la grande protagonista del film, essa ci viene mostrata non nelle connessioni logiche e necessarie degli eventi politici o sociali, ma viene piuttosto riflessa nei punti di vista individuali e nei conflitti esistenziali in cui si radica.
Solo così è possibile ascoltare, con un amaro sorriso, nelle parole dell'anziana Eka (madre di Marina e nonna di Ada), una sorta di rivalutazione nostalgica di Stalin ("un grand'uomo"), mentre la vediamo scagliarsi contro l'apparizione televisiva del presidente georgiano Shevarnadze. Agli antipodi, la giovanissima Ada, una studentessa universitaria, preferisce accendere la radio per non sentire le opinioni della nonna , trincerandosi dietro una sorta di astioso agnosticismo politico. In questo quadro si inserisce la partenza di Omar, e la sua prematura scomparsa. Analogamente ad moltissimi altri film russi e sovietici (su tutti, per la sua concentrazione e paradigmaticità, si veda Il ritorno di Zvyagintsev), la figura maschile è sostanzialmente assente, priva di spessore reale: non sentiamo mai la voce di Otar (neanche durante la telefonata alla madre, peraltro significativamente interrotta e disturbata), ne vediamo qua e là qualche fotografia.
Tuttavia, pur non presente, è l'elemento maschile che innesca le premesse per lo sconvolgimento dei rapporti tra le tre donne e lo stesso viaggio a Parigi. In ultima istanza attiva un percorso esistenziale (proprio, intimo) in ciascuna donna, nel quale la menzogna arriva a costituire l'ultimo baluardo per la strenua difesa degli affetti e della propria individualità: quando Eka scopre la morte del figlio, riferisce che è partito per l'America, definita ingenuamente (per chi guarda assume quasi un senso ironico) come il luogo in cui ancora "tutto è possibile": ma la donna sa che la figlia e la nipote hanno appreso della morte di suo figlio, così come queste ultime capiscono che la madre ne è venuta a conoscenza.
Sull'importante traccia lasciata da Kieslowsky nei suoi film, anche Bertucelli vede nella realtà storica ed esistenziale una dialettica tra la ricerca della verità e il tentativo, persino la necessità, di un suo nascondimento, che tuttavia ha come fine alto il mantenimento dell'integrità individuale, il rafforzamento dei propri legami affettivi con gli uomini e con il mondo.
D'altra parte anche la dualità tra occidente e oriente come punti di riferimento del mondo moderno cessano di esistere in quanto tali; la dignitosa povertà in cui versa la famiglia non impedisce di intravedere un passato fatto di interessi culturali cosmopoliti orientati verso la Francia come meta ideale, ricercati con ostinazione soprattutto da Eka: la vasta biblioteca in lingua francese (significativamente smantellata per reperire i soldi per il viaggio a Parigi), le letture proustiane, persino il frequente uso intercalare della lingua d'Oltralpe. Tuttavia la Parigi che le tre donne scoprono nel loro viaggio alla ricerca di Otar non ha nessuna connotazione letteraria o romantica: analogamente alla scarna ed essenziale restituzione figurativa di Tbilisi, Parigi ci viene offerta allo sguardo nei suoi quartieri degradati, nelle piccole piazze di periferia dove i personaggi vengono schiacciati dall'altezza dei condomini.

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